Digitale

Colore

Suono stereo

16:9

68′ (loop)

2018

La sensazione più precisa e più acuta, per chi vive in questo momento, è di non sapere dove ogni giorno sta mettendo i piedi. Il terreno è friabile, le linee si sdoppiano, i tessuti si sfilacciano, le prospettive oscillano. Allora si avverte con maggiore evidenza che ci si trova nell’ «innominabile attuale».

Roberto Calasso

Con il video originale e inedito INNOMINABILE ATTUALE, che presento a ARTIFACT PRIZE 2018 di Castelvetro di Modena, chiudo una fase di ricerca, proponendo un’ulteriore ibridazione del materiale documentaristico raccolto in questi anni a Saluzzo, organizzandolo in una videoinstallazione con una mappa scaricabile sul proprio smartphone per potersi orientare meglio nel lavoro.

In un quartiere periferico di una città del nord Italia, ogni anno sostano, in capanne di cartone, più di 500 migranti stagionali in cerca di lavoro nei frutteti circostanti. L’abitare ibrido, resiliente dei migranti, si mescola alle abitudini quotidiane degli autoctoni. Una popolazione anziana e stanziale incontra e, in parte, cerca di “rimuovere”, il cambiamento inevitabile. Ma i fantasmi aleggiano sempre più prepotenti, quello che era solo un rigagnolo d’acqua è già diventato un torrente e sarà presto un fiume. Una voce misteriosa che arriva dall’oscurità del campo di migranti, ammonisce: “la vita sta cambiando!”.

Il titolo dell’opera di Calasso mi aiuta non poco a visualizzare l’emozione forte che ho provato nel girare e, adesso, montare questo materiale. La sensazione di vivere un tempo senza nome dove l’invisibile, rimosso dal determinismo culturale in cui viviamo immersi, torna prepotente a mettere in crisi la “fabbricazione” stessa della cultura. Mi accorgo che l’organizzazione in sequenze di queste situazioni quotidiane di un quartiere, piene di segni sonori e visivi, mostrano la vita di una comunità, di un paesaggio, di una cultura in forte cambiamento, magari ancora sottotraccia, sicuramente innominabile, ma ineludibile. Sembra non accadere nulla ma è solo un’illusione, una visione distorta.

Il semplice fatto che arrivino quasi mille migranti stagionali in una cittadina che conta appena 17 mila anime, e non si riscontri nessuna problematica rilevante di convivenza, mostra come sia totalmente fuori strada, cieca di fronte al reale, gran parte della retorica politica contemporanea.

Queste immagini che mi sono servite per costruire una prima relazione con il territorio, per poi realizzare un documentario (in fondo incompiuto anch’esso) dal titolo SU CAMPI AVVERSI, assumono, attraverso questo video, una vita propria. Vogliono essere le “parole degli occhi che non si possono nascondere” come dice la voce nell’oscurità all’inizio del video. C’è qualcosa che non vogliamo vedere, che ci ostiniamo a non vedere, che è già di fronte a noi, se non riusciamo ancora a scorgerlo è solo perché abbiamo costruito una corazza talmente rigida, da non concedere più spazio alla vitalità poetica che ci “scolpisce” ogni secondo, facendoci cambiare continuamente. È forse un paesaggio senza identità, abitato da uomini senza identità, quello che voglio narrare? Non so, è difficile dare un nome ad ogni tentativo, ad ogni slancio poetico. Forse perché la poesia ci precede come il soffio vitale, il battito cardiaco e rappresenta un limite inconsapevole che non possiamo valicare. Come scrive Edgar Morin, l’atto poetico è nato con la gioia di esistere dei batteri, 4 miliardi di anni fa.

I corpi distesi all’ombra degli alberi, le capanne di cartone e nylon dei migranti, danno un nuovo senso agli spazi frammentati del quotidiano, aprono nuovi scenari, resistono all’egemonia del calcolo, del profitto, dell’egoismo, dell’anonimato. Rappresentano una testimonianza vivente animata dal bisogno di compartire della vita poetica, al di là del bene e del male. Per meglio esprimermi utilizzo ancora Morin (dal suo testo “Connaissance ignorance mystére”): «La comunità di destino di tutti gli uomini sulla terra esige una coscienza comune del concetto di Terra-Patria che racchiude in sé tutte le patrie senza sopprimerle. Occorre un umanesimo antropo-bio-cosmico. Da questa aspirazione potrà nascere una nuova via per l’avvenire».

Le immagini del video sono tutte girate all’interno di uno spazio che, se ce lo dovessimo immaginare come un rettangolo, sarebbe di 1000 X 300 metri. Lo si può riscontrare attraverso la mappa su google map che ho costruito appositamente per questo lavoro. Materiale che offre un’ulteriore lettura delle persone e dei luoghi che ci capita di incontrare nelle sequenze del video.

Dovrà il soggetto secolare appagarsi della cancellazione dell’invisibile, che ormai è diventata il presupposto della vita comune? È questo lo spartiacque. Se l’essenziale non è il credere ma il conoscere, come presuppone ogni gnosi, si tratterà di aprirsi una via nell’oscurità, usando ogni mezzo, in una sorta di incessante bricolage della conoscenza, senza avere alcuna certezza su un punto d’inizio e senza neppure figurarsi un punto d’arrivo

                                                       Roberto Calasso